| Teodicea e terrore - In nome di Dio. Di Michele Martelli "Allah, Allah, dove sei?", urlava disperata (in Fahrenheit 11/9 di Michael Moore) davanti alle macerie della sua casa una donna musulmana di Baghdad che sotto le bombe preventive americane aveva perso i suoi tre figli. "Dov'è, dov'è il buon Dio?", si chiedevano gli ebrei internati ad Auschwitz, alla vista delle nere volute di fumo che salivano dai forni crematori (vedi il toccante racconto dal vivo che ne ha fatto Elie Wiesel in La notte). "Perché, perché Dio lo consente?", è la domanda senza risposta che qualunque credente nell'Onnipotente rivolge con lo sguardo al cielo, di fronte alle inspiegabili e drammatiche situazioni di dolore, sofferenza e morte di innocenti. Immancabilmente in queste circostanze ci tormenta e angoscia il problema di sempre: "Se Dio c'è, come giustificare la presenza del male nel mondo?". O meglio: "Se c'è il male, come giustificare l'esistenza di Dio?". Ma il male c'è, dunque Dio è ingiustificabile. O, in una formulazione più precisa: poiché il male c'è, se esiste un Dio, non è certo un Dio buono. Se è un Dio buono, infatti, non si comprende perché non impedisce il male. Bontà di Dio e male nel mondo sembrano incompatibili. L'uno esclude l'altro. La teodicea di un Dio buono, unico, e onnipotente, come quello della tradizione monoteistica giudaico-cristiana e islamica ("Nel nome di Allah, clemente misericordioso!", recita in apertura ogni capitoletto del Corano), si rivela da subito un'impresa impossibile perché razionalmente assurda. Se Dio può tutto, può anche impedire il male. Perché non lo impedisce? Se dicessimo che non lo fa perché è indifferente alla sofferenza umana e creaturale, o, peggio, perché è malvagio, dovremmo concludere che è un Essere amorale o immorale, Principio del Male e non del Bene, dell'odio e non dell'amore. Dunque in nulla dissimile dal suo antagonista Satana. Ma nessuno, penso, potrebbe oggi credere in un Dio siffatto, vero mostruoso Moloch che opprime, tormenta e divora le sue creature imploranti e piangenti in questa "valle di lacrime". Che le crea per il puro piacere sadico di torturarle, seviziarle e annientarle. Chi ci credesse, annegherebbe la ragione nella fede. Non resta che l'ipotesi di un Dio buono, ma impotente (è questa la proposta di molti teologi, pensatori e scrittori del "dopo Auschwitz", soprattutto ebrei, da Hans Jonas a Wiesel, ecc., che nel teologo protestante Dietrich Bonhoeffer hanno uno dei principali ispiratori o precursori). Ci possiamo domandare ancora perché il buon Dio non ha impedito il tentato genocidio nazista degli ebrei, o i Gulag staliniani, o le due guerre mondiali. O, per riferirci alle vicende a noi più vicine, perché non ha fermato la mano dei terroristi assassini che hanno compiuto l'attentato alle Torri Gemelle di Manhattan, o il massacro alle stazioni di Madrid, o la strage di innocenti nella scuola di Beslan. Ma potremmo e dovremmo anche rovesciare la prospettiva. E chiederci perché non ha inceppato la sofisticata tecnologia dei missili e bombardieri Usa che hanno già fatto migliaia di vittime civili e incolpevoli in Iraq. Vittime di cui sono metonimia gli ignari sposi di Baghdad, in un lampo fatti a pezzi e brandelli, insieme ad amici e parenti, dalle bombe improvvisamente piovute dal cielo mentre festeggiavano gioiosi le loro nozze. Risposta: non l'ha impedito perché non poteva, perché era impotente a farlo. Ma dire che Dio è impotente di fronte al male equivale ad affermare che il Male, o Satana, il Principe del Male, è più forte e potente di Dio. Ma allora il vero reggitore delle sorti del mondo sarebbe non Dio, ma il suo antagonista. Il Male/Satana dominerebbe il mondo, devastandolo a suo libito. E il Dio/Sommo Bene diventerebbe un'ipotesi inutile e superflua. O una neppure troppo consolatoria proiezione (nell'Oltre) dell'impotenza e dell'infelicità umana. Per salvaguardare insieme la bontà e l'onnipotenza di Dio, si può tuttavia supporre che Egli abbia deciso di non intervenire nel mondo per lasciare interamente all'uomo la libertà e la responsabilità delle sue scelte e delle sue azioni. Altrimenti, Dio muoverebbe, manovrerebbe gli uomini dietro le quinte della vita e della storia come il burattinaio i burattini del suo teatrino. Ma si può obiettare (come per es. facevano nel Settecento i filosofi scettici David Hume e Pierre Bayle) che Dio possiede anche l'attributo della pre-onni-veggenza. Egli sapeva quindi già fin dalla creazione del mondo che gli uomini avrebbero abusato della loro libertà, perpetrando stragi, genocidi e misfatti d'ogni genere. Perché fargli allora il dono funesto della libertà? Poteva lasciare l'uomo nel Paradiso terrestre, o perlomeno crearlo con maggiori disposizioni al bene. Non lo ha fatto. Non facendolo, non è diventato corresponsabile della malvagità umana? Ancora una volta, torniamo all'assurda ipotesi di un Dio malvagio, o complice del Male. L'ultima e più efficace strategia a cui ricorre la teodicea non è di negare la fattualità del male, o di ridurne la portata spesso devastante, ma di concepirlo e giustificarlo o come punizione per un peccato commesso o come mezzo per il bene, per ottenere un bene maggiore (lo ha sostenuto la teologia cristiana fino ad oggi, da Lattanzio ad Agostino a Tommaso d'Aquino a Jacques Maritain). Ma, ancora una volta, un Dio che lascia peccare l'uomo per poi punirlo (il malum poenae), che lo crea pur sapendo che peccherà e che poi subirà il castigo eterno, un tale Dio non ama certamente la sua creatura. Un buon padre fa di tutto per proteggere i suoi figli, e impedirgli di rovinarsi. |
Perché non lo dovrebbe fare Dio? Perché forse non è un buon Padre?
Il discorso torna così a mordersi la coda.E nemmeno si può accettare che Dio
tolleri, o addirittura voglia, persegua volontariamente il male come un
mezzo finalizzato al bene. Il mezzo cattivo non rischia di distruggere o
snaturare il fine buono? Non c'era certamente bisogno dell'olocausto di sei
milioni di ebrei per giustificare la nascita dello Stato d'Israele. Né delle
distruzioni immani di due guerre mondiali per dar vita ad un sistema
mondiale preordinato (attraverso l'Onu) al mantenimento della pace e del
diritto internazionale. Né di una guerra che ha paurosamente sconvolto la
terra e la società irachena per abbattere la dittatura di Saddam Hussein. Se
così fosse, dovremmo ammettere che il fine raggiunto è stato contaminato dal
mezzo. In Medio-Oriente, con la nascita e il rafforzamento dello Stato d'Israele, è esplosa la drammatica questione israeliano-palestinese, di cui tutt'ora non si vede via di uscita. L'Onu ha assolto grandi compiti di pace, ma non ha impedito numerose e sanguinose guerre locali (dal Vietnam al Ruanda), ed ha persino autorizzato una guerra come quella della Nato nel Kosovo-Serbia. La statua di Saddam Hussein a Baghdad è stata abbattuta, ma l'Iraq, lungi dall'essere oggi una "democrazia", si è trasformato in un vero e proprio mattatoio. Il mezzo cattivo ha contaminato il fine buono; la violenza ha generato nuova violenza, come sempre, in un circolo vizioso che appare interminabile, senza fine.
E tuttavia così sembra che (s)ragioni l'uomo più potente del mondo, a capo dello Stato più potente del mondo, convinto di essere il portatore unico di una "missione divina nel mondo". La stessa cosa può dirsi dei terroristi islamici, da Osama Bin Laden al feroce tagliagole giordano Abu Mussab Al Zarqawhi, tutti ispirati dalle teorie fondamentaliste del Fratello Musulmano Sayyid Qutb (giustiziato in carcere dal governo egiziano nel 1966). Per il quale il "martire combattente (shahîd) è un "sostenitore di Dio", pronto a "mettersi a disposizione della volontà di Dio, ogniqualvolta Dio lo richieda". E per il quale la Jihad, la guerra santa islamica non avrebbe "altro scopo che Dio stesso", cioè "imporre l'ordine divino nel mondo".
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