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Il modernismo rivisitato: oltre fallimenti e utopie
Francesco Manacorda
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Dopo la condanna degli anni Settanta e
Ottanta, il Modernismo è rientrato con successo sulla scena dell’arte
contemporanea sotto forma di due espressioni onnipresenti — diffuse
soprattutto nel gergo artistico in lingua inglese — “the failure of
modernism”, e il concetto delle “modernist utopias”. Queste frasi fatte sono
state spesso usate dalla critica d’arte contemporanea che vuole mettere a
fuoco una nuova generazione di artisti la cui pratica cita le procedure, gli
oggetti e il linguaggio modernista, riferendosi in particolare
all’architettura e al design. Tale campo ha riconquistato l’interesse di
artisti contemporanei che rifiutano la svalutazione quasi automatica operata
dai loro predecessori postmodernisti. Lungi dall’essere dogmaticamente
condannato, lo stile modernista ha rappresentato per alcuni artisti un campo
di prova, una materia con cui confrontarsi attentamente grazie al distacco
critico che la riflessione postmoderna ha agevolato, ma che non avrebbe
potuto permettersi per l’estrema prossimità cronologica.
Ciononostante, l’espressione “fallimento delle utopie moderniste” si è
presto tramutata in una definizione classificatoria che ha generato una
serie di pregiudizi pericolosi. Le domande fondamentali in questo caso sono:
qual è il fallimento cui ci si riferisce? È il concetto di “utopia” il vero
protagonista di queste ricerche? Quale modernismo ci permette di penetrare
tali pratiche artistiche? È possibile affermare il contrario, in altre
parole che l’arte contemporanea aspira a guidarci verso una comprensione del
modernismo stesso più articolata, dissolvendo in tal caso i nostri
pregiudizi? È possibile che, come sostiene Hal Foster nel suo ultimo libro,
la generazione postmoderna abbia agevolato la successiva al ritorno verso un
cadavere il cui funerale era stato celebrato troppo frettolosamente?
Il modo in cui queste frasi fatte tematizzano il modernismo non pare
accreditare la rivalutazione critica di tale periodo storico che alcuni
artisti hanno stimolato con i loro lavori. Questi clichés incorporano
ingiustamente la definizione di modernismo fornita dalla battaglia
postmoderna. Un atteggiamento del genere nasconde un’operazione riduttiva
nei confronti del complesso e irrisolto groviglio di contraddizioni in gioco
all’intero del modernismo. L’atteggiamento degli artisti contemporanei
sembra più teso a dipanare i problemi che pertengono alla tradizione
modernista intesa quale linguaggio condiviso, e non considerata
dogmaticamente come una forma vuota, incapace a dare corpo a degli ideali.
La prima distinzione fondamentale coincide con lo spartiacque creato dalla
mostra “The International Style” al MoMA di New York nel 1932. Il MoMA
rappresentò, negli anni immediatamente successivi alla sua nascita,
l’istituzione tardo-modernista per eccellenza. La scelta di dedicare il
proprio programma sull’architettura all’introduzione del pubblico americano
al movimento moderno, segna la genesi del linguaggio stilistico e
internazionalista del modernismo. Tale gesto intese circoscrivere diverse
scuole in più paesi in conformità a un credo formale e materiale condiviso.
Quest’operazione definitoria ebbe conseguenze irreversibili. All’interno
della categoria funzionalista, la mostra contribuì a dissolvere ogni
aspirazione politica o sociale dei pionieri del modernismo, diluendole in
una questione linguistica. Le premesse dell’esposizione si fondavano sul
concetto di stile e innovazione tecnologica, il che pose in evidenza
l’impatto del progresso industriale e le sue componenti formali. Tale enfasi
tramutò le concrete aspirazioni sociali che guidavano la produzione dei
primi architetti e designer modernisti in un compendio di linee guida
estetiche epurate delle componenti socio-politiche. La mostra segnò la fine
di una visione del mondo intesa a realizzare nel concreto degli ideali e la
nascita di una tendenza pragmatica, articolata intorno a soluzioni
formaliste. Un impulso di rinnovamento radicale fu trasformato in
un’ortodossia.
La tradizione idealistica del modernismo va cercata negli scritti e nelle
opere di coloro che sono tradizionalmente chiamati i Pionieri. Tale
categoria include diverse declinazioni ideologiche a partire dal socialismo
utopico di William Morris e l’Art and Crafts, l’Art Nouveau, il Werkbund,
Adolf Loos, Frank Lloyd Wright, per culminare nella fase più propriamente
modernista dei movimenti del Futurismo, del De Stijl, di Le Corbusier e il
Purismo e del Bauhaus. Il loro comune approccio può essere riassunto come la
fede nell’unione tra moralità, tecnica ed estetica. L’impulso utopico del
modernismo consistette nella convinzione che il design e l’architettura
fossero attività politiche in grado di migliorare le condizioni di vita
della popolazione e combatterne l’alienazione. Come nota Paul Greenhalgh in
Modernism in Design (Reaktion, 1990), il potenziale di trasformazione del
design era ritenuto uno strumento di grande miglioramento, un tipo
sofisticato di terapia mentale che avrebbe potuto cambiare l’umore e la
prospettiva di una popolazione. Tale convinzione implicava l’eliminazione
dei confini tra belle arti e arti applicate, al fine di asservire il credo
estetico alla cura dei bisogni reali delle masse. La fiducia nel progresso e
l’ingenua credenza che la meccanizzazione potesse automaticamente generare
un miglioramento sociale si unì a un’astrazione stilistica che aspirava alla
bellezza purificata della funzione, moralmente e igienicamente liberata del
superfluo ornamentale.
All’interno del movimento moderno stesso, dopo la svolta impressa dalla
mostra del 1932, è chiara un’involuzione che inasprì le contraddizioni già
presenti nella sua fase iniziale. La sua sclerotizzazione in una religione
dello stile e della funzione, la fede acritica nel potenziale progressista
della tecnica minarono, in un certo senso, l’intero progetto poiché
implicavano un’adesione implicita al concetto di Nuovo. Questa fu la
componente idealistica destinata a fallire e il terreno comune dove
avanguardia, design industriale e architettura funzionalista s’incontrarono
e condivisero un ottimismo tanto appassionato quanto fallimentare.
Ciononostante, buona parte delle colpe tradizionalmente attribuite ai
modernisti potrebbero essere circoscritte alla sua tarda fase alessandrina,
successiva al 1932. L’impulso originale era senza dubbio consacrato a una
radicale trasformazione del mondo e alla sperimentazione delle possibilità
offerte dall’età della macchina di migliorare le condizioni della vita
moderna. Architettura e design erano dunque concepiti come strumenti per
realizzare tale progetto. Le Belle Arti persero il loro status di
superiorità per essere reinserite nella vita quotidiana. In tale contesto
parlare di utopia, riferendosi in particolar modo al design industriale,
risulta oltremodo problematico se si tiene conto del fatto che gli oggetti
di design sono entità reali e l’utopia una proiezione dell’immaginario. Può
il design essere utopico? Il critico d’architettura Manfredo Tafuri in
Architecture and Utopia. Design and Capitalist Development (1976) sembra
suggerire tale problema come altamente conflittuale: “Il design industriale,
un metodo organizzativo della produzione prima di essere un metodo per la
configurazione di oggetti, spazzò via ogni residuo di utopia immanente
all’espressione artistica dell’avanguardia. L’ideologia non fu più
proiettata sulle operazioni artistiche — queste ultime si erano fatte
concrete poiché connesse ad un ciclo di produzione reale — bensì divenne
parte integrante delle operazioni stesse.”
In tal senso non ogni modernismo fu utopico, non tutti i suoi fallimenti
derivati da una trasfigurazione idealizzata del mondo. Nonostante sia stato
spesso associato all’intenzione di migliorare le condizioni di vita e di
pianificare una società migliore, il modernismo è anche strettamente legato
alla concezione capitalista del progresso economico e sociale connessa al
sistema di produzione industriale. Utopia è spesso un termine abusato nel
mondo dell’arte contemporanea con la conseguenza, simile a quelle seguite
alla mostra del 1932, di esorcizzare l’impegno sociale e politico
dilazionandolo a una temporalità indefinita. In questo senso l’utopia,
intesa come modello progettuale astratto, viene confusa con ogni aspirazione
morale che si faccia carico di problemi sociali e culturali urgenti.
Definire produzioni artistiche come lavori che tematizzano “il fallimento
dell’utopia modernista” riduce l’utopia, il modenismo e gli stessi lavori
che si confrontano con questa tradizione a semplici stereotipi formali,
inficiandone la complessità, e replicando la sintesi ad unum che il
postmodernismo tanto rimproverava al modernismo. Questa espressione, benché
evidenzi un generico interesse nel movimento modernista diffuso tra gli
artisti contemporanei, omologa la loro pratica alla ripetizione di un
collasso ideologico elidendo le peculiarità di tanti approcci differenti,
non sempre interessati a una condanna definitiva del progetto originale.
Artisti contemporanei quali Simon Starling, Liam Gillick, Toby Patterson,
Tobias Rehberger, Jorge Pardo, Martin Boyce e Florian Pumhösl fanno
riferimento al modernismo in quanto linguaggio da esplorare e distorcere,
come un campo di indagine ove praticare esperimenti intellettuali ed
estetici. Questi artisti apprezzano e valorizzano le diverse declinazioni
che il modernismo ha assunto e aspirano a usare le icone e i discorsi
interrotti del modernismo quali terreni di prova per preoccupazioni più
attuali. A differenza di molti artisti postmoderni, i quali erano
interessati a evidenziare la natura patriarcale e l’assolutismo ideologico
del modernismo, questa nuova generazione sembra essere in grado di giocare
col discorso modernista più fluidamente, grazie a una distanza che permette
un salutare distacco critico. |
La recente mostra “I Moderni”, curata da Carolyn
Christov-Bakargiev al Castello di Rivoli, affronta alcune di queste
questioni. Il merito della mostra consiste nel riconsiderare la modernità
come discorso urgente nell’ambito delle pratiche contemporanee, invece di
classificarla e archiviarla come periodo storico concluso. Come possono gli
artisti essere moderni? Cosa causa il cambio di atteggiamento nei confronti
del modernismo: da un discredito distruttivo a un discorso generativo? La
curatrice argomenta con grande precisione come la descrizione del modernismo
che la generazione postmoderna ci ha fornito sia decismante sorpassata da un
più sincero apprezzamento per qualcosa di obsoleto ma carico di significati
ancora elaborabili. Il “revival modernista” di cui si tratta sembra avere un
ordine del giorno meno polemico e personale dei suoi prescursori
postmoderni. Il modo di trattare i riferimenti e le citazioni è spesso più
esplorativo. Gli artisti sembrano condividere il bisogno di riconsiderare il
percorso modernista al di là degli assunti retorici e aggressivi che i
postmoderni dovettero usare come armi per la costruzione della loro fragile
identità negativa. Oggi gli artisti vogliono mettere in dubbio loro stessi
attraverso la scoperta delle contraddizioni dei tempi moderni. Tale
atteggiamento ricorda una più vasta preoccupazione che tutti i modernismi
condivisero. L’urgenza di mettere alla prova e reagire attivamente alla
modernità, una sfida inevitabile causata dalla rivoluzione industriale.
Gli artisti contemporanei in questione rinnovano
l’operazione di autoanalisi inaugurata dal modernismo, contro se stessi e
senza condiscendenza; mettono brutalmente in dubbio la modernità per
interrogare l’essenza del loro attuale essere nel mondo. Il postmodernismo
non ha mai riconosciuto al modernismo l’urgenza di accettare la sfida a
reagire a una cultura allo sbando, di prendersi carico di un mondo in rapido
mutamento. Martin Boyce, per esempio, mescola oggetti del design modernista
con le sue ossessioni più personali che segnalano il rifiuto di modelli
standardizzati. Tali icone sono personalizzate dall’artista che mina in tal
modo sia gli impulsi ideali collettivi che guidarono precedenti concezioni,
sia il modo in cui sono percepiti oggi. La sua arte inocula ansietà e caos
in un mondo perfettamente ordinato, volto a evitare frizioni e
contraddizioni. In questo caso il modernismo risulta molto più complicato di
quanto affermato dai proclami postmoderni. L’opposizione manichea di utopia
ideologica modernista e ironia e disincanto relativista postmoderno non
rende giustizia a nessuna delle due posizioni. A causa di tali
contraddizioni e complessità irrisolte sembra più appropriato parlare di
“modernismi”.
Nel suo saggio introduttivo al catalogo della mostra “How Latitudes Become
Forms”, Philippe Vergne sostiene, citando Stuart Hall, che i modernismi
sarebbero modi di articolare una precisa situazione geo-politica. Tali
tentativi sarebbero dunque da considerare come atti performativi di un
linguaggio da tradurre e trasformare. È dunque necessario, si chiede Vergne,
riconsiderare la storia delle modernità come “la storia di operatori che
impongono a loro stessi delle latitudini rispetto a un linguaggio,
prendendosi libertà rispetto al canone?”
Se seguiamo tale ipotesi, i modernismi sarebbero modi
diversi di suonare lo stesso spartito. Questo linguaggio è quello che vari
artisti contemporanei prendono in prestito, riproducono, interrogano,
trasformano e distorcono. Per quale ragione tutto ciò risulta interessante
per loro e per il pubblico? Come Vergne suggerisce, il prendere punti di
riferimento comuni per distanziarsene è un modo per riconsiderare una
strategia di localizzazione del sé. Aiutandoci a ridiscutere i “modernismi”
al plurale, gli artisti replicano, nelle più articolate declinazioni delle
loro pratiche individuali, il processo di “localizzazione” modernista in una
forma che oggi può generare un distacco critico più maturo, proprio puntando
il loro obiettivo sulle contraddizioni nascoste del movimento moderno. Se
gli artisti oggi mantengono una delle caratteristiche dell’atteggiamento
postmoderno certamente si tratta del sospetto distaccato di chi è cresciuto
in un’epoca d’innocenza perduta.
I titoli ambigui con cui Liam Gillick battezza le sue sculture,
esplicitamente simili a oggetti di design, si riferiscono alle spinte ideali
moderniste distorte dal lingaggio aziendale contemporaneo. Titoli quali
Dialogue Platform, Regulation Screen, Twinned Renegotiation Platform,
Discussion Island Border Think Tank, Renovation Filter Lobby Diagram pongono
in evidenza come il design modernista fosse ideologicamente investito da
missioni ideali indiscutibilmente non immanenti agli oggetti concreti. Il
loro interesse non è dato dalle loro promesse di cambiamento non mantenute,
bensì dalla contraddittoria passività assoluta della loro funzione. Si
tratta di un grado zero dell’oggetto che nella sua inerzia diventa
fastidiosamente seducente. Per contro, i titoli instillano anche un sospetto
disincantato nei confronti dell’ideologia nascosta nel linguaggio
internazionale del management contemporaneo.
Jorge Pardo replica e rinforza la fede nell’oggetto di design che animava i
Pionieri. Mentre essi tentarono di portare l’arte nelle case della gente
comune sotto forma di oggetti funzionali, Pardo ripercorre tale strada al
contrario. Con spirito nostalgico egli investe nuovamente gli oggetti di un
potenziale trasformativo, mettendo in dubbio lo spirito consumistico che
riveste il design oggi. L’opera di Pardo sembra postulare che l’intenzione
di migliorare le condizioni di vita attraverso l’arte sia l’aspirazione
intrinseca di ogni opera d’arte. L’artista tende a riempire le parole vuote
di un linguaggio arcaico al fine di renderlo più affine al presente.
Simon Starling, al contrario, adotta un approccio etimologico nelle sue
investigazioni sul modernismo. Spesso riadatta un discorso o un’istanza
modernista a una situazione del tutto diversa, mostrandoci significati
dimenticati e rivitalizzando espressioni linguistiche abbandonate. La sua
produzione è simile a una ricerca rigorosa che intreccia esperimenti di
termodinamica con elaborazioni narrative intorno a idee e oggetti. Nel suo
lavoro Heinzmann, Uni-Solar, Trek (Unité d’Habitation de Briey-en-Forêt to
Unité d’Habitation de Rezé) l’artista intraprende un viaggio tra due
leggendari edifici di Le Corbusier. Il viaggio di una settimana è realizzato
con una bicicletta elettrica alimentata da energia solare accumulata da
pannelli disposti su una tenda da campeggio. La tenda è intenzionalmente
orientata verso il sole esattamente come le “Unités d’Habitation”. In tal
modo l’artista crea un’azione circolare che investiga contemporaneamente i
principi architettonici di Le Corbusier e il consumo di energia attraverso
un viaggio inteso come narrazione-ricerca. L’uso di oggetti e luoghi
culturalmente carichi di proiezioni storiche ed emotive, spesso legate alle
tradizioni moderniste, permettono a Starling d’inscenare passaggi di energia
sia fisica che intellettuale. Il movimento moderno diventa per l’artista un
serbatoio di oggetti animati da diverse storie e credenze. Nelle sue mani
essi diventano strumenti per stabilire le coordinate con cui formulare un
problema la cui soluzione ci riporta ad urgenze della nostra vita
contemporanea.
L’attenzione di vari artisti contemporanei sembra, dunque, focalizzarsi su
una rivalutazione del modernismo che smantelli la facile ipotesi secondo cui
si trattò di un progetto omogeneo, un blocco di credenze privo di sfumature.
Usando il modernismo quale linguaggio per raccontare nuove storie, essi
riescono a forzare vie di fuga all’interno di una coerenza artificialmente
imposta. La traduzione di idee da una situazione all’altra, traslando
espressioni vernacolari su registri diversi, genera una mappa, una rete di
connessioni attraverso cui filtrare idee. Tale insistenza sembra essere una
revisione più matura del modernismo, tornando sui suoi passi per
interrogarsi sul futuro piuttosto che limitarsi ad una condanna che pecca di
parzialità. Non c’è dunque da meravigliarsi che la tendenza a discutere del
fallimento del modernismo sia stata oggetto dello spirito dissacrante di
Maurizio Cattelan che punta il dito al recente successo del Modernismo
nell’arte contemporanea presentando due classiche sedie di Eames
completamente ricoperte di Nutella.
Francesco Manacorda |