La fine del postmoderno
dalle Torri Gemelle alla metropolitana di Londra


Romano Luperini, La fine del postmoderno, Guida, Napoli 2005.

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Che le riviste possano svolgere compiti essenziali nella promozione culturale e democratica di un paese, è un’acquisizione decisiva del nostro Novecento (a partire dalla “Voce”): per gli intellettuali fu storicamente l’occasione per trasformare una cultura di solitari (come scrisse Anceschi) in una cultura militante capace di incidere sull’intera società, dall’ambito artistico a quello politico. Oggi il dibattito culturale ha sicuramente caratteristiche diverse e l’industria dello spettacolo relega in secondo piano le sedi di ieri, costruendo nuove modalità di scambio: Romano Luperini, docente alla facoltà di Lettere di Siena, è particolarmente attento all’involuzione del nostro paese e a dispetto delle tendenze in corso ha fondato la rivista “Allegoria. Per uno studio materialistico della letteratura”. In anni più recenti insieme ad altri italianisti ha dato vita al “Centro Studi Franco Fortini” che a sua volta pubblica “L’ospite ingrato”. Probabilmente oggi queste sono in ambito nazionale le riviste più autorevoli per l’impostazione militante – nell’accezione spiegata prima.

La critica letteraria e la sua responsabilità sono al centro del lavoro ormai trentennale di questo studioso: “Il critico scrive per interpretare, attraverso un’opera, la realtà. Cercare un senso in un testo vuol dire chiederlo alla vita: le parole vanno misurate sulle cose […]. Il lavoro critico deve offrire un modello di socialità” (“Allegoria” 42, 2003, pp.7-8). La pratica dell’intellettuale diviene critica dell’ideologia: il sessantotto, anche per Luperini come per altri (de Castris, Scalia, Timpanaro) fu decisivo nella sua formazione, al di là del fatto, per nulla contingente, che fu questo l’anno in cui uscì il suo primo testo (Pessimismo e verismo in Giovanni Verga) revisionato durante tre mesi trascorsi in carcere (“scotto, quasi obbligatorio - dirà in seguito - delle lotte studentesche e intellettuali di quei mesi”).

Lo studioso dà adesso alle stampe (per Guida editore, in una collana diretta da Ciro Vitiello) un nuovo volumetto che mette a fuoco il concetto di postmoderno. Dal momento che aveva già analizzato con una certa ampiezza questo tema in un testo di alcuni anni fa (Controtempo, Liguori 1999: in appendice riportiamo una bibliografia sommaria), faremo riferimento in questa sede a entrambi i volumi (che indichiamo tra parentesi tonda con l’anno di pubblicazione seguito dalla pagina).

In via preliminare il lessico: postmodernità sta a indicare una periodizzazione storiografica (l’età caratterizzata dalla rivoluzione elettronica e informatica): postmodernismo invece indica “l’ideologia e le tendenze artistiche che accettano la rappresentazione che di sé dà la postmodernità” (1999, 170). Perché la rivoluzione dell’informatica è così importante? Perché con essa diviene centrale “la produzione di merci immateriali e virtuali” (1999, 4). Il mondo viene ridotto a linguaggio: “ma se le cose sono scomparse e restano solo le parole, ne è conseguito che il mondo, la storia, la vita si sono trasformati in retorica” (1999, 6).

(qui si consuma il distacco dalla lettura di Remo Ceserani) quanto una fase estrema della modernità caratterizzata da un’anestesia della vita collettiva e degli intellettuali – decaduti dal ruolo di mediatori civili a quello di consulenti – in un clima pervaso da un “nichilismo morbido e ilare, insensibile alla cura del mondo” (2005, 11). All’abolizione delle grandi narrazioni (marxismo, strutturalismo, psicoanalisi) segue “un heideggerismo d’accatto, una angelologia, un ritorno alla gnosi”, la celebrazione dell’età trasparente, della fine della storia e delle contraddizioni ecc. I passaggi dedicati in questo contesto ad alcuni esponenti della filosofia italiana sono francamente feroci (viene in mente l’incontenibile Va’ pensiero di Viano):

“Quando all’inizio degli anni Novanta, scoppiò la prima guerra del Golfo, un filosofo che si era distinto nella celebrazione del postmodernismo come nuova epoca felice scrisse un editoriale sulla ”Stampa” di Torino non per confessare i propri errori ma per denunciare le incongruenze della realtà storica che non si uniformava alla supposta ‘realtà dei fatti’” (2005, 16-17).

Per postmoderno secondo Luperini non bisogna intendere un’epoca nuova

L’inizio di questa nuova tendenza viene fissato nella seconda metà degli anni cinquanta (Luperini ricorda che Pasolini usò - per caratterizzare questa svolta - l’espressione di “mutazione antropologica”) ma in quell’arco di tempo in realtà si profila semplicemente l’inizio del cambiamento: la vera affermazione si ha soltanto intorno agli anni 1972-73. “La civiltà letteraria” degli anni precedenti (dialogo serrato non solo tra critici e teorici ma anche con scrittori e poeti) smette di esistere, le categorie sino allora vigenti di contraddizione e rottura decadono e sono sostituite dalla giustapposizione. L’ultimo romanziere diciottenne diventa il nuovo Proust e a Meo Abbracciavacca si dedica lo stesso spazio concesso a Dante. Il pensiero diviene apologia della realtà. La figura dello scrittore-intellettuale (rappresentata, per fare degli esempi, da Fortini, Volponi, Leonetti) non ha più spazi di agibilità: subentra lo scrittore opinion-maker (Eco) e poi lo scrittore showman (Busi, Sgarbi). La cultura diventa di conseguenza entertainment e business (1999, 6) e la letteratura, a maggior ragione, perde la funzione di educazione e di identità culturale (2005, 24). Nella critica letteraria diminuiscono sempre più le possibilità per la cosiddetta critica militante “nei due diversi significati che aveva assunto: come critica giornalistica intesa alla collaborazione con la ricerca artistico-letteraria contemporanea e come critica partigiana o tendenziosa, volta a sostenere una determinata poetica” (1999, 64). Rimane solo la critica accademica finalizzata esclusivamente alla riproduzione dei quadri dell’università. La polemica con Ceserani sul modo di intendere il postmoderno investe anche le scelte proposte per uscirne.

Ceserani infatti nella Guida allo studio della letteratura identifica le cause della “crisi della critica” nei seguenti fattori: “tramonto dell’umanesimo, caduta di prestigio della letteratura e dei suoi addetti, crisi della lettura e della centralità del libro, subordinazione alle esigenze del mercato e dei mass-media, […] caduta del nesso fra filologia e critica” (2005, 40). E’ un’analisi che lo studioso di Siena rifiuta perché tutta interna esclusivamente all’ambito “della critica”, e non allargata alla più generale crisi della figura storica dell’intellettuale. Questa lacuna porta Ceserani a proporre come soluzione l’eclettismo metodologico. La replica di Luperini è secca: l’eclettismo “non è un’alternativa al presente: è il presente. Non è una risposta alla crisi della critica, ma ne è un effetto” (2005, 42).

La fine del postmoderno ha luogo con l’11 settembre, data che segna la caduta delle illusioni in merito ad uno sviluppo limpido e senza conflittualità: “Nessuno, oggi, parla più di fine della storia e di fine delle contraddizioni” (2005, 20). E più avanti: “E’ mia convinzione che il postmoderno sia finito. E’ finito con l’attentato alle torri gemelle, con la guerra in Iraq, con l’esplosione di nuove contraddizioni. La contraddizione è di nuovo al centro della nostra vita” (2005, 87).

Il movimento per la pace e quello “no-global” sono i soggetti ai quali Luperini riconosce la capacità di porre la questione di una risposta etica (planetaria: 2005, 21) al degrado della civiltà. E’ un segnale importante perché indica la presa di consapevolezza da parte di un soggetto di massa del difficile passaggio storico che stiamo vivendo: la gravità del presente è tale da mettere a rischio l’unità del genere umano. Questo snodo pretende un cambiamento forte a livello di coscienze, di comportamento, di pratiche politiche. “Dunque, anche una nuova funzione degli intellettuali”.

“Sta nascendo una generazione nuova di intellettuali. Hanno fra i 25 e i 30 anni, si formano nel clima creato dall’11 settembre e dalle guerre preventive e non ne possono più dell’ilare nichilismo dei padri, del loro narcisismo vuoto e soddisfatto. Sanno di essere a una soglia estrema. Vogliono nuove responsabilità, chiedono punti di riferimento, esigono progetti” (2005, 22).

Ne consegue che l'intellettuale, per rinunciare al ruolo oggettivo di privilegio occupato nel contesto attuale di divisione del lavoro, deve avere “il coraggio di vedere le cose e i corpi al di là delle parole e di guadagnare […] un’ottica dell’estraneità. […] Tutto ciò significa violare le regole, valicare i confini specialistici e le competenze della critica letteraria? Lo so bene: è appunto questo che io qui ho voluto fare” (1999, 76). Allerdings das wollen wir dice un testo quarantottesco. La pratica militante di Luperini tiene ancora questo registro.

G. Troian