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Introduzione alla musica elettronica
Armando Gentilucci Feltrinelli (1972)
Recensione di Luca Cartolari
giovedì 24 maggio 2007
Armando Gentilucci (1939 Lecce - 1989 Milano) , compositore, musicologo e
didatta italiano, offre, in questo importante libro pubblicato nel 1972, una
panoramica sulla prima musica elettronica: quella realizzata a partire dagli
anni '50 fino ai primi anni '70.
La musica elettronica di cui scrive Gentilucci non ha a che fare con la
coeva musica elettronica pop o rock. Quest'ultima, malgrado la "maggiore
disponibilità materica ", resta una musica di consumo dove "i nessi
grammaticali e linguistici " rimangono quelli tradizionali. La musica
elettronica di cui scrive Gentilucci è quella realizzata per la prima volta
negli studi di Parigi e Colonia a partire dalla fine degli anni 40. Nella
musica leggera "la novità timbrica ha un valore largamente sovrastrutturale,
sia pure vistosamente sottolineato e non privo di combinazioni abili", nella
musica elettronica , invece, "i mezzi elettronici e sperimentali in genere
aprono un campo di possibilità su cui il musicista fa leva per operare
radicali o quanto meno ulteriori (anche rispetto all'avanguardia storica)
trasformazioni linguistiche."
Il libro di Gentilucci evidenzia così fin dalle prime pagine, una chiaro
pensiero estetico, che, se da una parte rivela un tono "ideologicamente
forte", senza dubbio legato all'orizzonte degli anni '70, dall'altra ha il
merito di prendere posizione senza troppi compromessi, rispetto alle
diverse produzioni musicali del periodo.
"Per musica elettronica si deve intendere dunque non tanto un generico
ricorso a strumenti il cui suono viene prodotto elettronicamente, bensì
quell'esperienza compositiva che, muovendo dalle virtualità intrinseche ai
nuovi mezzi, ha realmente allargato e approfondito l'area delle possibilità
foniche unitamente ai processi operazionali di composizione."
Alla musica elettronica appartiene la musica concreta, quella realizzata
nello studio di Parigi nell'immediato dopoguerra da Pierre Shaeffer e Pierre
Henry per primi. La musica concreta prende il suo nome dal fatto di essere
"costituita da elementi preesistenti, presi in prestito da un qualsiasi
materiale sonoro, sia rumore o musica tradizionale. Questi elementi sono poi
composti in modo sperimentale, una costruzione diretta che tende a
realizzare una volontà di composizione senza l'aiuto, divenuto impossibile,
di una notazione musicale tradizionale". La musica è concreta per il fatto
di basarsi su elementi preesistenti, su oggetti sonori registrati su nastro,
che costituiscono la materia per successivi montaggi ed elaborazioni.
Secondo Gentilucci la musica concreta realizzata nello studio di Parigi non
è importante per i risultati estetici raggiunti ," sempre totalmente
inesistenti", ma per aver sollevato dei problemi, per aver vinto delle
inibizioni, facendo " cadere certi diaframmi tra suono istituzionalizzato in
un pensiero strutturato dato in partenza e suono colto allo stato grezzo".
La prima musica concreta è gravida di eccessivo spessore naturalistico non
dialetizzato, "come quello famoso originato dai rumori di una locomotiva,
dove, come è stato detto, nessuna denaturazione cancella un dato di
ingombrante semanticità preventiva".
Proprio giudizi e posizioni forti come quello appena riportato rendono
questo libro prezioso. Portano il lettore d'oggi a riflettere di come sia
difficile nella critica attuale ritrovare posizioni altrettanto nette e
argomentate. Possiamo non condividere la stroncatura della Symphonie pour un
homme seul, composta da Schaeffer ed Henry nel 1949, etichettata come opera
che va in ricerca di suggestioni, frammista a posticce velleità formali, ma
Gentilucci ci obbliga a ripensare e a motivare meglio le nostre eventuali
perplessità, ad andare in cerca dei lavori analizzati, per trovarvi altri
sensi, altre possibili chiavi di lettura.
Insomma il libro di Gentilucci non ci rende certo indifferenti
"Su posizione simmetricamente opposta, rispetto al concretismo della scuola
parigina, stava negli anni '50 il rigore formale della musica elettronica
elaborata nello studio di Colonia, ove operava l'apostolo dello
sperimentalismo tecnologico tedesco, il compositore e teorico Erbert Eimert,
unitamente all'allora giovanissimo, sebbene già prestigioso Karlheinz
Stockhausen" (pag.42)
Gentilucci evidenzia come le ricerche dello studio di Parigi "discendano
idelamente dal filone Russolo, Varese", mentre le esperienze di Colonia
debbano essere inquadrate nella rigorosa prosecuzione di un iter storico che
ha le sue radici nell'esperienza di Schoenberg e Webern.
Inizialmente i materiali utilizzati nello studio di Colonia non sono i
cosiddetti suoni "non controllati", quali quelli che si possono facilmente
ottenere attraverso tecniche di montaggio su nastro, ma sono suoni
controllati realizzati da opportuni generatori .
"La rigorosa mentalità strutturalistica di Eimert e di Stockhausen non
poteva accettare la concezione del montaggio rumoristico e concentrava
l'attenzione sui processi di agglutinamento di quella materia sonora
scheggiata attraverso i procedimenti di smembramento dei nuclei fin da
Schoenberg e Webern" (pag.45)
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Gentilucci considera comunque Gesan der Junglen (1956) di
Stockhausen il primo importante risultato nell'ambito della musica elettronica.
"In questa composizone elettronica non vengono utilizzati soltanto suoni
elettronici prodotti da generatori, bensì viene esplorata la possibilità di
ricorrere ad un materiale preesistente come la voce di un fanciluuo, elaborata e
modificata in studio" (pag.50) Con quest'opera le strade di Parigi e Colonia
incominciano ad incrociarsi.
Proprio a metà strada tra le esperienze di Parigi e le esperienze di Colonia,
Gentilucci colloca l'empirismo dello studio di Milano.
"Il merito della nascita del centro, che si attivò come tale ufficialmente nel
1966, va attribuito al compositore Luciano Berio e al compositore e direttore
d'orchestra Bruno Maderna. ... Mese per mese più ancora che anno per anno, in
rapidissima evoluzione, i due musicisti italiani hanno ricercato una strada che
escludesse il rumorismo unilaterale, un pò compiaciuto e caotico di Shaeffer,
senza ricorrere alla rigida applicazione dei principi cari a Colonia, aprendosi
in tal modo al sensibile studio di permutazioni timbriche" (pag. 55)
Non è il caso di riportare tutte le acute osservazioni che Gentilucci esprime
nei confronti della musica di Berio e Maderna, qui mi soffermo solo sull'analisi
del capolavoro del 1958 di Bruno Maderna: Musica su due dimesioni .
"Maderna, guardando oltre l'esclusivismo tecnologico, offre un singolare
accostamento tra le sonorità del flauto dal vivo e quelle contenute nel nastro
magnetico. Una singolarità è data dal fatto che tanto la parte strumentale che
quella elettronica sono informate al criterio del mobile, o della struttura
aperta: mentre il flautista alterna parti scritte in notazione tradizionale ad
altre aleatorie, così egli si accorda con il tecnico anche per scegliere quale
parte del lungo nastro a disposizione utilizzerà in qunto idonea ad essere
"solcata" dalle figure strumentali.
Anche se il libro si sofferma soprattuto sui musicisti che hanno lavorato negli
studi di Parigi, Colonia e Milano, Gentilucci dedica anche alcune pagine ad
altri studi: quelli di Bruxelles (1958), dove lavorò Henry Pousser; agli
stabilimenti Philips di Eindhoven, dove operò Henk Badings; allo studio di Baden
Baden, Varsavia, Vienna, Tokio ecc...
E' comunque soprattuto alle ricerche di Karlheinz Stockhausen e Lugi Nono che
Gentilucci dedica maggiore attenzione.
Per quanto riguarda il primo, le opere principalmente analizzate sono Kontakte
(1960), considerato un capolavoro che "partecipa ad un livello di superiore
riuscita o almeno di più tormentata e impervia ricerca, a quel filone che stava
dando lavori quali Transacion II di Kagel, Musica su due dimensioni di Maderna e
Differences di Berio" (pag. 71); Telemusik (1966), opera in cui avviene uno
scarto improvviso nella prassi compositiva di Stockhausen (pag. 66), in cui
l'incontro con la musica concreta avviene definitavemente, con l'abbandono del
precedente periodo astratto e Hymnen (1967).
Per Gentilucci è comunque Luigi Nono ad aver raggiunto i più alti livelli di
espressività artistica attraverso l'uso delle nuove tecnologie. Opere quali la
Fabbrica Illuminata (1964), Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz (1966), A
Florest è jovem e cheja de vida (1966), Contrappunto dialettico alla mente
(1967-68), Non consumiamo Marx (1969), Entoces compendio (1969-70), Come una de
fuerza y luz (1972) sono considerate da Gentilucci opere imprenscindibili,
lontane da qualsiasi sperimentalismo fine a se stesso.
Gentilucci guarda invece molto criticamente alla nascente (allora) informatica
musicale. Personaggi come Pietro Grossi ed Enore Zaffiri sono lontani dai suoi
interessi. Nella computer music vede "una regressione meccanicistica che non a
caso ha preso le mosse dal clima culturale statunitense, e che tende a reprimere
le spinte eteronome connesse all'empirismo operativo, alla potenziale fusione
dei generi artistici, al supermaneto delle barriere di categoria perseguite da
musicisti come Luigi Nono."
"E' anche chiaro che un sistema introdotto in una macchina non può che essere
forzatamente chiuso, monodirezionale, schematico, in qualche modo già definito
in partenza, quale che sia il numero, magari altissimo, delle possibili
varianti. Sulla basse di informazioni largamente predeterminate si possono
ottenere strutture musicali decorative, asettiche, meccaniche "(pag. 105).
Gentilucci è più in sintonia con i nuovi sviluppi della musica strumentale, con
la conversione timbrica dei mezzi sonori tradizionali (pag.106). Sono
innanzitutto le opere di Krzysztof Pendercki (Threni alle vittime di Hiroshima),
e di Gyrogy Ligeti (Atmospheres e Apparitions) che evidenziano, secondo il
Nostro, stretti legami con le coeve musiche elettroniche..
Spero di aver mostrato come il libro di Gentilucci sia ricco, ancora oggi, di
osservazioni stimolanti e mai banali. Se certi suoi giudizi ci possono vedere in
disaccordo, sono sempre ben argomentati ed evidenziano chiaramente una
prospettiva di giudizio, quella legata ad un tempo (gli anni '70), in cui
all'arte si chiedeva, senza imbarazzi, di schierarsi, di prendere posizione, di
seguire coerentemente le proprie basi ideologiche..
Ultimo aggiornamento ( giovedì 24 maggio 2007 ) |