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Giorgio
Rossi
Rami. Come Quando Fuori
Piove
2 agosto 2007
castiglioncello armunia festival
www.armunia.it
da un'idea di: Giorgio Rossi
con: Amina Amici, Marta Lucchini, Emanuel Rosenberg, Giorgio Rossi
collaborazione alla drammaturgia: Mira Andriolo
video: Mauro Carulli
musica originale: Michele Rabbia
luci: Alessia Massai, Valeria Scozzafava
costumi: Roberta Vacchetta
testi: P. Neruda, I. Calvino, C. Pavese, V. Nijinsky, E. Ragazzoni
coproduzione: Sosta Palmizi 2007; La Corte Ospitale di Rubiera (RE);
Fabbrica Europa (Firenze)
con il sostegno di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Frammenti di umori vitali e piccole illuminazioni esistenziali si
manifestano attraverso la poesia detta, danzata, suonata e immaginata.
Uno spazio aperto dove l'intimità dei singoli e delle relazioni accade nella
semplicità dell'ascolto, cercando di svelare misteriose particelle di vita.
Giorgio Rossi
Come facciamo a capire qualcosa nel mondo che sta fuori di noi? La prima
cosa da fare è dare un'occhiata, guardare alle cose che stanno nel mondo
esterno, come dire... c'è un osservatore che ha gli occhi, poi, al di là ci
sono le cose. Immaginate che l'osservatore sia una finestra, un vetro
trasparente, che cosa c'è al di là della finestra? C'è il mondo. E al di qua
della finestra? Che cosa c'è? Sempre il mondo e cos'altro volete che ci sia?
Dato che c'è il mondo al di qua e c'è il mondo al di là della finestra forse
l'Io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda se
stesso. Insomma per guardare se stesso il mondo ha bisogno degli occhi di
chi lo guarda...
da uno sguardo del Prof. Enrico Bellone su Palomar di Italo Calvino
Rami, come quando fuori piove improvvisamente rivela quello che tutti sanno
e sono, senza bisogno di evocare condizioni, ricercar metafore e simbologie:
tutto è reale nella pressoché totale astrazione del gesto e della
narrazione, che non è fatta di rimandi o di casuali assonanze, ma di piccole
svelature, corpi mostrati, cose da sempre sotto gli occhi di tutti.
Il "pericolo" del testo è stato scongiurato, poggiando la parola su un
confine tagliente, sull'orlo, le voci sembrano dover precipitare da un
momento all'altro ed invece sopravvivono, le scritture si appartengono: si
parla dell'uomo e della natura, senza melanconia o decadenza, senza remore
di un mondo perduto, ma "tieni questa mano, non serve che mi uccidi".
Non ci sono emozioni in Rami, c'è il silenzio assordante della nostra
natura, persa e ricompattata, immaginata, idealizzata, teorizzata
addirittura, come se non ce l'avessimo sotto il naso quotidianamente; non
c'è decadenza né peso, nonostante tutto sia così meravigliosamente
complesso, senza complicazioni.
Bruno De Franceschi
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